15 marzo 2009

Aprile dolce dormire

“I love to sleep. My life has the tendency to fall apart when I’m awake, you know?”
E. Hemingway

Le era sempre piaciuto dormire perchè del dormire le piaceva tutto. Era una delle poche cose al mondo che non poteva tradirla. Prima di tutto le piaceva andare a letto. Infilarsi sotto lenzuola profumate di bucato e lisce di stiratura, avvertire il soffice avvolgimento delle coperte trattenute sotto il materasso. La confortante sagomatura del cuscino attorno alla testa. Avvertire il torpore che pian piano cede il passo al sonno. L’idea di abbandonare il mondo per un pò, di spegnersi, di andarsene. Finchè dormi nulla ti può accadere, si ripeteva da bambina. L’unica condizione era di doversi nascondere completamente sotto le coperte. Solo così i mostri della notte non l’avrebbero individuata. E’ in questo modo che aveva incominciato a dormire con le coperte sopra la testa. Teneva fuori solo il naso, per respirare.
L’unica cosa brutta del dormire è che prima o poi si doveva alzare da letto. Il momento peggiore della giornata. L’istante in cui la schiena lascia la posizione sdraiata e le gambe scendono dal letto alla ricerca delle ciabatte. Quando poteva non lo faceva. Non si alzava. Rimandava. Rimaneva a sonnecchiare, rotolandosi nelle coperte. Oppure si girava dall’altra parte, per addormentarsi di nuovo. Le riusciva sempre.
Comprendeva a livello teorico i sostenitori della sveglia presto. Comprendeva chi dice che rimanere a letto è una perdita di tempo. Che ci sono altri milioni di cose da fare. Lo sapeva bene. Ma non le importava.
C’è qualcosa di più bello del dormire?

23 febbraio 2009

Mal di pianura

L’autostrada aveva le caratteristiche proprie di una retta geometrica: un insieme di punti identici tra loro uno in fila all’altro, senza curve, senza interruzioni, infinito in entrambe le direzioni. Non se ne vedeva l’inizio. Non se ne vedeva la fine. Spaccava a metà la pianura.  Pianura davanti, pianura dietro, pianura ai lati. Una cappa di foschia e smog rendeva il cielo in quel finire di giornata opaco, (non)limpido. L’aria era densa, conteneva qualcosa di liquido. Si era resa conto di guardare a quella distesa di terra in veloce scorrimento con un certo disagio. Le mancavano i limiti. Le mancava sapere e vedere che quella terra prima o poi sarebbe finita. Era abituata agli spazi angusti e delimitanti di una fetta di terra in continua lotta tra le onde del mare e le rocce delle montagne. Quello spazio ogni volta conquistato le dava sicurezza. Il mare era l’infinito delle possibilità, il libro del futuro. Il mare era aria, ossigeno. Era respiro. Le montagne erano invece le sue custodi del passato, sfingi pronte a salpare.
Le mancava tutto questo nell’osservare l’opprimente e materico vuoto di quella terra sconfinata. Si chiedeva come si potesse vivere in una tale assenza di punti di riferimento, come tutto quell’orizzonte potesse essere casa per qualcuno.

Salutò con sollievo la vista delle prime colline.

20 febbraio 2009

In cammino

I passi in avanti che faceva erano così piccoli – quasi solo accennati – che l’impressione era di non procedere affatto. Di essere sempre lì, impantanata. Il fango invisibile e vischioso di quel falsopiano rendeva impossibile fornire stime attendibili. Quanta strada aveva fatto? In quale direzione? A quale velocità? E il paesaggio era rimasto immutato come sembrava oppure qualche cambiamento era rintracciabile? La dilatazione del tempo e dello spazio offuscava i ricordi. Era sempre stato tutto così?

4 febbraio 2009

3:15

Aveva deciso. Bisognava parlare e bisognava decidere il da farsi. Bisognava dirlo ai bambini. Due settimane con lui fuori casa non significavano niente. Erano la normalità. Era il significato da attribuire a quelle settimane che era diverso. Bisognava. Bisognava. Rebecca è grande e le cose le capisce e io glielo devo dire. Ma prima bisogna parlarne. Stasera vieni che dobbiamo parlare. – Ok. Sisi. Vengo alle 9. – Ma hai capito? Dobbiamo parlare. – Ok, ho capito. Ci vediamo dopo. Alle 11 lei lo richiama. E’ ancora in ufficio. Se non vieni, se non vieni…! Alle 2 è ancora lì. Gli occhi sbarrati. Troppo stanca per tutto. Se non arrivi entro le 3 giuro che lascio i bambini a casa da soli, vengo là e mi attacco al campanello finchè non scendi. Lui arriva alle 3 e un quarto. Lei è seduta sul divano. Non ha nemmeno più sonno. Non è nemmeno più arrabbiata. Non fa in tempo a parlare. Grazie di esserci, Fra. Grazie. Si siede con lei sul divano, la abbraccia e si addormenta.

2 febbraio 2009

Addio

Mia nonna parla ai suoi morti. Non mi riferisco al fatto che mia nonna parla con le anime dei morti, che prega per loro, che dialoga con le fotografie o con le tombe. Cioè, anche. Ma questo lo fanno tutti.
Mia nonna parla con i morti morti. Con i cadaveri. Nel periodo che intercorre tra la morte e la chiusura delle bare mia nonna parla con loro. Li accarezza, piange per loro e con loro. Racconta loro quello che sta succedendo, quello che sente di dover dire. Più piange, più parla e più li tocca. C’è molta fisicità in quei contatti, molta vicinanza. Io non ho tutta questa confidenza con i morti. Li guardo da lontano, timorosa, quasi schifata. Non ho paura dei morti io, è dei vivi che bisogna aver paura. Dice lei. Sì ma se io posso quando muore qualcuno all’obitorio non ci vado mica. Con tutti quei morti che ti guardano. Mi trovo bene con i morti, io. Ripete. E non scherza. Mi chiedo che cosa sia successo. Il mondo in cui sono cresciuta io non è il suo. Quando si è perso il contatto con i propri morti? Quando la morte è diventata qualcosa da tenere a distanza?
Sono con mia madre. A distanza. C’è nonna che racconta a sua sorella di quanto sia arrabbiata. E triste. Com’è che la vita deve andare in questo modo? Già, com’è? Mamma, la nonna…la vedi? Mamma, le parla. - Lo so. Lo deve fare. Lasciamola. Lo deve fare.

24 gennaio 2009

Evidenze

Ha 50 anni ma lo chiamano ragazzo. E’ la prassi in questi luoghi della non-cura dove il tempo sembra essere sospeso in virtù del suo continuo ripetersi noioso e identico. Giorno dopo giorno settimana dopo settimana mese dopo mese. Anno dopo anno. Letteralmente. Abitudine dopo abitudine.
Gli piace Gaber. Quando mi vede canta: “E per fortuna che c’è MissBlum!” Lo fa con tutti, cambiando opportunamente il nome. Mi strappa sempre un sorriso.
Suo padre è morto da poco tempo. Settimane? Mesi? Non importa, qui.  Lo ha trovato lui. Morto. Chissà che cosa si sono detti, lui e il cadavere. Dov’è mio padre?Non lo so, secondo te dov’è? Sono davvero in difficoltà, nel mare melmoso della mia impreparatezza. Non so che cosa dire. Improvviso (male). Ci pensa lui. In cielo?In cielo, sì, dicono così. Che le persone poi vanno in cielo.No, secondo me non è in cielo. – Ah, ok, no. E secondo te dov’è?E’ a Staglieno è. Io ce lo vado pure a trovare, a Staglieno. Gli faccio visita una volta alla settimana.Eh, certo. ovvio. A Staglieno, hai ragione. Dove se no?.

20 gennaio 2009

Quando piove il traffico si blocca e si accumula ritardo

Mi faccio spazio. Fa caldo. Quando piove l’umido dei corpi umani si addensa sui finestrini in gocce e rivoli. Trovo posto. Accanto un ragazzo ipodtaroccomunito ascolta (sbircio) i Lynyrd Skynyrd. Mette via l’mp3. Sospira. Guarda il finestrino opaco. Provo a leggere. Schiamazzi dal fondo della corriera. Li avevo addocchiati appena salita. Quattro o cinque ragazzi. Fanno casino. Parlano a voce troppo alta. Ridacchiano a intervalli prevedibili. Rumori. Forti. Dai discorsi che è impossibile non sentire si capisce che qualcuno sta dando testate a qualcosa. Al finestrino? Una ragazza che avrà vent’anni, sedutami davanti, si gira. E’ coinvolta in una discussione importante con un’amica. Via sms. L’amica sta decidendo se “fare questo” al quattroannichestiamoinsiemeragazzo. C’è di mezzo un altro. Si parla di trasferimenti. Chi scrive elargisce saggi consigli. Si gira di nuovo e penso che no, a venti anni non arriva. Quelli lì la stanno disturbando. Io non mi giro. Ma sono curiosa. Ascolto. Dai rifallo che così ti riprendo. Altra testata. Ora lo mettiamo su iutub, dai, lo mettiamo troppo su iutub. Intanto il mio vicino ha riacceso l’ipodtarocco. Dietro continuano a ridere e a parlare a voce alta. Uno di loro continua a bestemmiare usando distorsioni e perifrasi giovani che così non bestemmi davvero ma è come se. Non riesco a leggere. Ora sono in molti, a turno, a girarsi. La corriera è piena. Una signora con tono di supplica fa notare che è anche l’ora di smetterla. Reazione stereotipica: la signora diventa bersaglio dei loro scherni. Io penso che non li sopporto. Che non li ho mai sopportati. Che sono contenta di avere passato quell’età di merda.
Mi alzo per scendere. Mi giro e finalmente li guardo. Uno lo conosco. Ha la mia età.

18 gennaio 2009

Negazione della recensione

Fuori era ancora giorno. Il cinema pomeridiano ha il fascino di sospendere l’esistenza. Si entra in un mondo di buio e luci artificiali che proiettano verso altri universi per poi tornare alla luce del giorno, bruscamente e inevitabilmente. Di sera è diverso. La notte naturale permette all’organismo un disassuefarsi graduale.
Questa volta mancavano le parole. Avevano già percorso almeno 50 metri e ancora nessun giudizio. Loro condividevano. Era il fil rouge del loro stare insieme. Solo recentemente però avevano davvero imparato la lezione.
Mah. Eh. Mah. Non è che sia un film fatto male o brutto. No. No. Però. Però. E’ disturbante. Sì, disturbante. Ti lascia un pò così. Io non mi aspettavo certe cose. Io sì, l’avevo letto. Ah. Però la scelta narrativa è interessante, non è il solito film che… No, infatti. E’ solo che… Secondo me potrebbe essere una metafora di… Sì, nel senso che… Come dicevo io. Sì. Interessante. Molto evidente. Già. E di quei film che ti lasciano un pò così e devono decantare.
Avevano trovato le parole. Fuori dai loro discorsi, il frenetico movimento del sabato pomeriggio cittadino.

18 gennaio 2009

SMS

Non sapeva niente, solo qualche stralcio. Particolari. Frasi. Anatomopatologia della comunicazione. Fingeva di capire, di sapere. Spesso improvvisava. Era brava a mentire. Si allenava da tempo. Riceveva messaggi. Fitti, a decine. Oppure scarsi, svogliati. Lapidari. Confusi. Logorroici. Spesso chi scriveva stava male. Lei lo sapeva. Metteva insieme i cocci. E se lo chiedeva. Si chiedeva se avesse senso. Se potesse in qualche modo essergli di aiuto.

16 gennaio 2009

Quarto, ex manicomio

Qualcosa l’ha piegata. A metà. Camminando non può guardare il cielo. Solo la terra. Solo i suoi piedi. Chissà da quanti anni. Metafora del peso fatta carne . Di tutto il peso di una vita. La legge Basaglia avrebbe dovuto liberare? La libertà è un lusso che bisogna avere il privilegio di poter sfruttare. E poi libertà da che cosa? Dopo decenni i muri sono diventati interni, sinapsi e neuroni. Muri di neurotrasmettitori ammutinati. Abbattere le mura esterne sì ma per andare dove? Non esiste un dove, un luogo, una meta. Quando il carcere diventa casa tutto il resto non esiste. E’ l’ignoto. E’ l’abisso. E’ il male.
E così lei è rimasta qui. Come altri. Tra mura scolorite di vecchi palazzi dalle alte finestre arrugginite. Tra alberi che parlano e raccolgono storie. Si intravedono all’interno degli edifici stanzoni in cui fanno videoclip e gite turistiche. Anche questo al servizio di quelli che stanno fuori.
Lei e il suo gatto sporco e malato. Dove va lei, va lui. La cura. La segue. Rognoso come solo i gatti bianchi di strada sanno sembrare. Il colore del pelo tradisce la sua storia.
Stanno seduti insieme sui gradini che portano al passato, sotto un sole di inizio anno che non scalda, a togliere l’umido dalle ossa. Lei rannicchiata come un bambino che ascolta una favola, lui serafico a lavarsi il muso con la zampa. Loro sanno, si raccontano, si guardano. Occhi che si aprono su universi inconoscibili. Resta la loro silenziosa alchimia.